Gianni Piacentino

Senza titolo, 1972, 7,5x90x2,6 cm

Gianni Piacentino nasce a Coazze (Torino) nel 1945.
Avvia dalla metà degli anni Sessanta una ricerca che incontra quelle dei protagonisti dell’Arte Povera, con i quali l’artista partecipa a numerose esposizioni collettive tra cui Arte povera più azioni povere ad Amalfi, nel 1968.
A partire dalla mostra Arte abitabile del 1966 nella galleria Sperone di Torino, in occasione della quale condivide con Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto l’idea di un’arte che entra concretamente nell’ambiente, Piacentino realizza delle strutture essenziali che evocano oggetti dell’universo quotidiano privati di peso e volume.
Linea e colore divengono i cardini attorno ai quali ruota la sua produzione di questi anni: pur intrattenendo una forte assonanza visiva con le strutture primarie proprie della Minimal Art, i lavori di Piacentino differiscono dalle opere degli artisti americani per la loro natura “artigianale”, rinunciando ad utilizzare il prefabbricato industriale proposto dai colleghi d’oltreoceano. Si tratta infatti di strutture in legno laccato, spesso riprodotte in forme simili ma rese differenti l’una dall’altra per l’utilizzo del colore, ottenuto attingendo ad un campionario personale di oltre trecento variazioni di tinta. Da una gradazione all’altra, la scelta cromatica connota l’opera e la rende un pezzo unico, insistendo sul suo valore ottico-percettivo e sull’ambiguità tra oggetto reale e oggetto “mentale”.
Punto di partenza è il telaio, strumento ancora legato al linguaggio pittorico, che Piacentino isola come elemento in quanto tale arrivando a realizzare oggetti che racchiudono contemporaneamente supporto e superficie pittorica. “Da questa idea, ingenuamente colta, di smontare il telaio – che mi divertivo a colorare – sono passato quindi ad una dilatazione di una parte di esso nell’ambiente”, afferma ancora l’artista, Forme astratte che guardano ad oggetti concreti, “mobili” privi di funzionalità (così li definisce Tommaso Trini), le opere di Piacentino propongono una sintesi di architettura, scultura, pittura, guardando al design ma conservando una natura autoreferenziale che resta ferma sulla linea, il colore, le dimensioni, il posizionamento.
Conciliando essenzialità geometrica e materialità dell’oggetto, l’artista lavora sul divario esistente tra l’idea della forma e il suo concretizzarsi nello spazio, mantenendo alta la tensione tra l’intuizione dell’immagine e la sua fisicità, così come anche nelle successive serie dei Veicoli, mezzi di trasporto puramente ideali, e quindi disfunzionali, realizzati a partire dal 1969.
“al centro del mio lavoro c’è sempre la rilevanza del controllo tecnico e matematico. Non mi lascio sedurre dal rimosso e dalle pulsioni”. Una coerenza dimostrata dall’attrazione per la disciplina costruttiva che comporta sia eleganza e perfezione, sia la predilezione per un controllo assoluto delle proprietà fisiche e cromatiche dei materiali.

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